“Ammazza ammazza, sò tutti la stessa razza” parte 2°

aprile 20, 2011 § Lascia un commento

Verso le due del pomeriggio eravamo davanti a Casa Pace. Questo era il nome del posto dove abitava la famiglia di mia moglie. Non sono mai riuscito a capire se sia il nome della casa, oppure della località, composta da altre 4 case contadine. Comunque sia, mentre scendevamo dalla camionetta, sulla breccia bianca, non pensavo a questo. Con un contegno ordinario ma non particolarmente interessato feci cenno alla pattuglia di procedere con la perquisizione. Disposta su due livelli, la casa aveva a piano terra la stalla, e al primo livello la casa vera e propria. Era stata costruita seguendo la pendenza della collina, così che che per accedere al primo piano bisogna prendere una piccola salita che corre lungo il muro destro della stalla e che si apre in uno spiazzo in cui si trova l’ingresso. Feci segni di iniziare dal primo piano, io sarei entrato dalla stalla. Non volevo vedere la famiglia, se possibile. Così in attesa che finissero con il primo piano, mi accesi una sigaretta e con calma mi indirizzai verso la porta della stalla.
Una volta entrato, vidi che la poca luce che entrava si faceva strada da due finestrelle sul lato lungo dell’unico stanzone da cui era composta. Il pavimento era semplicemente di terra battuta, con qualche pietra rialzata qua e là per evitare di pestare gli escrementi degli animali. Davanti a me avevo due recinti che prendevano tutta l’altra metà della stanza, vuoti se non per una vacca in un angolo, che scorsi solo più tardi. Una scaletta a pioli era situata a sinistra, e portava direttamente alla casa. Feci per prenderla quando da dietro la mucca nell’angolo buio vidi venire del fumo. Con un brutto presentimento nel cuore mi avvicinai. La mucca si accorse di me e girò la testa per guardarmi, con quello sguardo inespressivo proprio delle mucche.
Il ragazzino dietro di lei fece altrettanto. Per un momento non realizzai. Poi il ragazzino, che fumava una sigaretta fatta con il giornale, appoggiato alla mucca, girò lo sguardo verso l’angolo della stalla, sbiancando in faccia. Così feci io. Vicino ad un mucchio di letame alto mezzo metro, con una pala accanto, c’era una botola aperta. Intanto sentii il rumore di qualcuno che prendeva a scendere la scala a pioli. Bloccati così a guardarci, feci segno con la mano al ragazzino di rientrare subito nella botola. Nulla, continuava a guardarmi stupito e bianco in faccia. Sentii che ormai chi stava scendendo era quasi alla fine della scala, e presto ci avrebbe visto. Senza sapere cosa fare, seguii solo l’istinto. Mollai un ceffone al ragazzino che lo ridusse a terra, mentre gli altri camerati stavano ormai assistendo alla scena.
Sapevano già cosa fare. Nella botola trovavano alloggio quel ragazzino, Luigi, figlio di partigiano, che per non doversi arruolare a forza si nascondeva sulle montagne; e Lisa, figlia di un panettiere fumantino che aveva sgozzato un ufficiale che aveva preso in giro quella sua figlia così alta. Lo fucilarono e la madre mandò la figlia a nascondersi, per non dover servire i fascisti. Portarono tutti fuori, quasi avessero sentito un mio ordine implicito, ma che io non avevo pronunciato. Mentre uscivo dalla casa, la mente andava a cosa sarebbe successo. La casa andava bruciata e il ragazzino, Lia e Pina sarebbero dovuti venire con noi, gli altri avrebbero sofferto da sfollati. Salivo il pezzo di collina che portava all’ingresso del primo piano cercando una via per evitare tutto questo. Per evitarlo alla famiglia di mia moglie. Intanto, sullo spiazzo, li avevano fatti allineare. Il padre delle ragazze, mio suocero, era nel campo giù da basso, stando a quanto mi comunicarono. La madre era morta l’anno prima che conoscessi Alma, la febbre l’aveva uccisa durante l’inverno.
Genitori a parte, la fila era composta da Lisa, Lia e Pina, con lo sguardo duro verso tutti e il ragazzino Luigi che gli si stava nascondendo sotto il braccio. Fecimo uscire anche i vicini delle case poco più su, e ora un nutrito gruppo di persone aspettava una mia decisione, senza fare un fiato. Io dal canto mio, cercavo un modo per evitare di dar fuoco alla casa. A quel punto mi sembrava come se due entità diverse in me, vivessero quella situazione. Mentre una ancora si dannava su come giustificare una mia eventuale grazia a quel rifugio per partigiani, l’altra diede l’ordine di bruciarlo.
L’avevamo già fatto, la proceduta consisteva nel lanciare fazzoletti imbevuti di benzina e legati attorno ad un sasso, sul tetto di paglia pressata e cocci. Un’altro po di benzina veniva sparsa al primo piano, e altra paglia venne incendiata nella stalla.
Rimanemmo tutti lì un po imbambolati a guardare le fiamme mangiarsi le pietre di fiume e la calce di bassa lega di cui la casa era fatta. Come previsto, presero lentamente fuoco anche le due case accanto. Potevo ancora cavarmela. Potevo raccontare a mia moglie che, a causa della faccenda del macellaio, mi trattenni a Pavullo e non partecipai alla perquisizione di casa sua. Intanto i vicini si disperavano e si attaccavano ai soldati chiedendogli, o urlandogli, che colpa ne avevano loro se nella casa a fianco ospitavano partigiani. In fondo non avrebbe avuto modo di controllare se fossi stato presente, la mia Alma. Di nuovo in preda ad un distaccamento dalla situazione, mi avvicinai verso Lia e Pina. Lia aveva perso tutta la sua spavalderia e negli occhi aveva solo miseria e una richiesta di grazia. Forse essendo la più grande, sentiva di avere la responsabilità per quel rimaneva della sua famiglia, e sapeva che non poteva far altro che supplicare pietà. Pina invece, mi lanciava uno sguardo pieno d’odio che aumentava man mano che mi avvicinavo. I suoi bei occhi color nocciola erano lucidi di pianto e, a ben guardare, agli angoli di entrambi si scorgevano grosse lacrime che ancora dovevano caderle sulle guance. Ma non era uno sguardo di una bambina a cui si è dato uno scapaccione per qualche disubbidienza. Mi guardava senza paura e con una durezza che non mi aspettavo, da una ragazza della sua età. Come se questo avvenimento l’avesse in qualche modo cambiata. Proprio quando stavo per aprir bocca senza neanche aver deciso cosa avrei potuto dire, loro si girarono e cominciarono a correre verso la boscaglia che dominava lo spiazzo. A tutt’oggi non riesco a ricordare come andarono precisamente i fatti. Nella mia memoria e come se si fossero mossi tutti insieme, quasi d’accordo. Ma molto più probabilmente Lia, che teneva per le mani le altre due ragazze, prese la decisione e l’iniziativa. La prima cosa che feci fu girarmi verso il resto della pattuglia. Tutti intenti a fumare o a discutere con chi aveva perso la casa quel giorno. Nessuno assisteva alla scena tranne me. Erano a metà strada verso la boscaglia e io sapevo che non avrei mai potuto sparare sulle sorelle di mia moglie. Presi la mira e sparai.
I minuti successivi, pensai con grande stupore che sparare un colpo di avvertimento non mi era neanche passato per il cervello. Mentre mi convincevo che non potevo sparare, avevo preso la mira e lo avevo fatto.
Se il padre di Lisa avesse saputo che quella sua figlia morì proprio a causa della sua altezza, probabilmente non avrebbe sgozzato quell’ufficiale insolente.
La pallottola passò fischiando come un demonio sopra la testa di Pina, per andare a fermarsi in pieno sulla bionda nuca di Lisa.
Avevo fatto tutto il possibile per aiutarli, è chiaro. Non ne ho colpa.

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“Ammazza ammazza, sò tutti la stessa razza” parte 1°

aprile 11, 2011 § Lascia un commento

I comunisti sono tutti stupidi. Anche i ragazzini. Se penso al modo in cui si è fatto fregare, quasi mi dispiace per lui, stupido figlio di un partigiano. Avevo preso tutte le precauzioni possibili d’altronde. Non potevo fare di più di ciò che ho fatto, lo sapevano.
Le cose andarono così. Da Modena, mi assegnarono una pattuglia che doveva rastrellare tutte le campagne nei dintorni di Sassuolo fino a Maranello. Scoprii ben presto che la casa della famiglia di mia moglie era da quelle parti. Non me ne ero mai interessato a dove vivessero. Alma, mia moglie, la conobbi a Modena. Era lì con le due sorelle a vendere il formaggio che facevano in campagna. Io passavo con due amici nel mercato e vidi il loro banchetto. Come ebbi modo di scoprire poi, Alma era la più piccola. Con lei c’erano Lia, la maggiore, con la faccia furba e le forme abbondanti da vera donna emiliana, e Pina, la mediana, silenziosa e delle tre la più bella. In tutta onestà fu la prima che notai. Lia mi spaventava, troppo forte ed esuberante di carattere, tirava avanti il banchetto praticamente da sola, contrattando e strillando come un maschio. Alma, ad essere onesti, era la meno graziosa delle tre. Insolitamente scura di pelle e con un viso piccolo piccolo. Grazioso, sia chiaro, ma poco armonioso. Due folte sopracciglia le mettevano in ombra un taglio di occhi curiosamente piccolo e il naso sottile e lungo le piangeva come una grondaia sulla bocca minuta.
Pina, come ho già detto, era la vera attrazione. In confronto a Lia era di una bellezza più modesta, di quella che noti per seconda, ma che apprezzi più della prima. I clienti si avvicinavano e strillavano per i prezzi con Lia, intanto elargivano grandi sorrisi a Pina, che sorrideva ma non dava troppa confidenza. Alma, al contrario, cercava sempre attenzioni dai clienti e dalle persone, e fu così che la conobbi. In capo ad un anno la sposai e la feci trasferire a Modena. Non ci fu nessuna richiesta della sua mano alla sua famiglia, niente feste e niente dote. Lei mi confessò che la sua famiglia era comunista e che i fascisti a casa erano il diavolo. Poi aggiunse che non sapeva cosa credere, e che non voleva dispiacere me, che nel fascio credevo e ci avrei servito. Così la feci scappare, e la portai a casa della mia famiglia, dove il pranzo veniva servito due volte al giorno e prima di cena si pregava. E lei, prima di addormentarsi bacia il mio ritratto sul comodino, invariabilmente, tutte le sere. Non come a casa sua, dove non pregavano, e l’unica cosa che baciavano era il piatto, per non lasciare briciole.
Così iniziammo il rastrellamento nei paesi. Erano arrivate delle spiate su gruppi di partigiani nascosti nelle case contadine. Come dicevo, di rischi me ne sono presi. Arrivati a Pavullo, andai a casa di alcuni amici di famiglia e gli chiesi di mandare il loro figlio più piccolo fino a Prignano, in bicicletta. Mandarlo ad avvertire che saremmo arrivati presto. All’inizio pensai di dargli un messaggio scritto ma, considerando che lassù nessuno legge come si deve, dissi al ragazzino, che di nome faceva Michele, di riferire: “Vostro cognato Aldo passerà presto a trovarvi.” Mi scocciava ammettere la parentela con quella famiglia, ma era l’unico modo di tenere la cosa privata. Di sicuro non avrei potuto dirgli che una pattuglia sarebbe passata da lì a qualche giorno. E in più, se qualcuno avesse fatto domande al bambino, nessuno si sarebbe insospettito per una visita familiare. Tutto questo lo feci a mio grande sprezzo del pericolo, ripeto. Aiutare la Resistenza, era un crimine punito con la fucilazione. Ma in cuor mio non mi pensavo di far del male al Fascio, ma solo di evitare grane alle famiglia di mia moglie, pur pezzenti comunisti che erano. A Pavullo non trovammo nessuno di ricercato, le spiate erano state fatte sui paesini più arroccati sui monti. Non di meno, ci sistemammo a casa della famiglia del macellaio, che aveva una casa bella grande e cibo in abbondanza, per i tempi. C’è da dire che il poverino però non era contento. Prima di tutto perché in paese si diceva che a lui i fascisti non piacessero. Una signora che si serviva da lui confessò ad un camerata che, quando non c’erano pattuglie nella zona, aveva un gran da fare a gonfiarsi contro il fascio, e ad agitare i suoi coltelli in aria giurando che sarebbe dovuti passare sul suo cadavere per entrare in casa sua o nella macelleria. In più, piangeva miseria dal mattino alla sera, coi i clienti e con i soldati. A sentire lui, la sua famiglia quasi non aveva di che mangiare, e anche le bestie per il negozio gli arrivavano sempre più razionate.
Non passammo sopra nessun cadavere e, in mancanza di una caserma, ci ospitò senza fiatare e senza lesinare troppo sul cibo. Il mattino seguente, scoprimmo anche il perché della sua generosità.
Il macellaio pregò me, tenente, di liberargli la casa il prima possibile, che dovevano arrivare familiari, che li avevano fatti sgombrare. Nel mentre lui sarebbe andato ad aprir bottega, che ci aveva i clienti che aspettavano. Acconsentii. Ora, la casa del macellaio era molto bella. Ci aveva alloggiato nel salone, chi sul divano, chi sulle brande. Mentre ci preparavamo ad uscire, un camerata si appoggiò al muro con una spalla, per meglio godere dei raggi di sole che entravano dalla finestra, dall’altra parte della stanza. Come si alzò, si accorse che la manica della sua camicia, al posto di essere nera come al solito, era bianca. Il sole, battendo sulla parete, stava sciogliendo un sottile strato di intonaco, probabilmente dato da poco. Bussammo sulla parete e la scoprimmo cava. Senza chiedere altro, la buttammo giù. Scoprimmo uno stanzino buio e pieno di scaffali, stipato di ogni bene di Dio. Intendiamoci, cibo, come conserve, farina, legumi e due grandi barattoli di strutto; ma anche lenzuoli e federe fatti a mano, argenterie e servizi da tavola pregiati. Probabilmente la dote della figlia e le provviste per la carestia. Caricammo tutto sulla camionetta, e riprendemmo il nostro rastrellamento. Venni a sapere più tardi che il macellaio, fuori di se, agitava di nuovo i suoi coltelli in aria giurando che se avessimo voluto passare di nuovo da Pavullo, avremmo dovuto passare sopra il suo solito cadavere.
In verità, pensavo di dare un po di quelle provviste alla famiglia di mia moglie. Non per altro, ma per fare bella figura con Alma. Ma, mentre ci avviavamo verso la loro zona, questo proposito sfumava, sotto il peso della paura di essere scoperto ad aiutare chi nascondeva partigiani.

 

Nel ventre della nave che corre

gennaio 27, 2011 § 2 commenti

Non ci si alza tardi. Lo sapeva anche mio nonno che alle sette e trenta, dopo aver pazientato un’ora, veniva in camera nostra e accendeva la luce senza preavviso. Non ci si alza tardi per chi è già sveglio e ti vuole bene ha paura che tu non voglia alzarti. Che ci sia qualche motivo che ti costringe a letto. Come quando mio padre entrava in camera e mi svegliava, e con gli occhi duri e dolenti mi diceva che era ora di alzarsi e di fare quel che c’era da fare, che non si può sempre dormire. Era il suo modo di farmi forza, di dirmi che non potevo arrendermi già dal mattino. Un modo di abituare la tua prole a resistere, che chi dorme non combatte, solo dorme.

Poi magari avevi solo sonno e non avevi pensato a niente di tutto questo, ma a forza di crescere senza preavviso, ogni giorno, hai assimilato quel pensiero. Sveglia, alzati, riempiti di buoni propositi e alla sera conta quanti ne sono morti o sono appassiti come fiori. Dopodiché ricomincia.

All the way from Vega, kid.

gennaio 21, 2011 § 1 Commento

Non voleva fare valutazioni affrettate, ma si sarebbe detta lunga all’incirca 15 metri. Doveva fare misurazioni precise, ma era sicuro di non essere andato troppo lontano dalla realtà. Era sicuro perché una volta, molti anni prima, era in barca a pescare marlin quando all’improvviso un grosso squalo si avvicinò alla barca. Lo catturarono il giorno dopo, ufficialmente per sbaglio. La località era piccola e le dimensioni e peso dello squalo furono pubblicate in prima pagina sul giornale. 4 metri. Aveva un dato da correlare alla fotografia che era rimasta nel suo cervello. Il grande animale a pelo dell’acqua, che affiancava la barca tranquillo. Era 4 metri. Non lo scordò mai e gli servì sempre nella vita. Difatti incamminandosi fu felice di scoprire che  doveva essere poco più corta di 4 squali, la scia.
Aveva tutta la luce che voleva per fare le sue valutazioni. I grossi rami degli alberi erano stati spezzati dall’oggetto che aveva lasciato quell’enorme canale nel mezzo della foresta. Non voleva camminarci nel mezzo e si teneva a lato, tra la boscaglia fitta. Mani dietro la schiena, camminava e osservava con cura ogni metro percorso, intento all’analisi. I rami erano spezzati sia a terra, che alla punta dei grossi alberi tra cui camminava. Annotò mentalmente che anche le radici erano divelte. Una volta percorsa la scia in tutta la sua lunghezza, prese la bindella dalla borsa a tracolla, la fissò con un ramo nel punto in cui la vegetazione riprendeva ad esserci e si fece il viaggio inverso. Questa volta notò cose che di primo acchito gli erano sfuggite.
“Dice che la foresta è morta?”
Si girò a guardare da dove arrivasse la voce.
“Perché pensa questo?” rispose.
“Mio padre dice che quando ti prendono le misure, è per farti la bara.”
“Suo padre è un uomo saggio, ma in questo caso la foresta non è morta, signor?”
“Michael” rispose il bambino, visibilmente sollevato che la foresta non fosse deceduta.
“E allora perché ne prende le misure?”
“Vede Signor Michael, si da il caso che il mio lavoro consista nel documentare scientificamente, fenomeni che normalmente non si spiegano.”
Dicendo questo, si tirava i pantaloni ben sopra la cintola e con estrema cura mosse un paio di passi all’interno della scia.
“Mio fratello dice che è stato il calcio di un gigante. Lui e i suoi amici hanno le prove ma ha detto che non me le faranno vedere.”
Ora con un paio di pinze chirurgiche, prelevava campioni di felci spezzati che finivano in sterili sacchetti di cartone.
“Lungi da me dare del bugiardo a suo fratello, ma posso affermare con discreta certezza che non è stata opera di un gigante. Inoltre, se fosse stato un calcio di una siffatta creatura, avremmo notato orme e altre scie correre per tutta la vostra deliziosa vallata, ne conviene?”
Il bambino annuì poco convinto.
“Non sarebbe bello, no. Un gigante avrebbe rotto gli alberi della gomma, poi. Mio padre coltiva alberi della gomma.”
“Deliziosa occupazione, me ne complimento.”
Di quale fosse stata la causa di quel trambusto nella foresta, il bambino ne aveva una vaga idea. Una notte molto calda, molti anni prima – o forse solo l’anno prima, il bambino non ricordava-, avevano visto una stella cadente mentre bevevano l’acqua alla menta per riuscire a dormire. Sua madre, che aveva studiato, gli spiegò che erano tutte attaccate ma qualcuna spesso veniva giù. Al bambino la storia non tornò molto, pensava che fosse strano che nessuno lassù controllasse. Se fosse stato lui, avrebbe controllato.
“Deve esserne caduta un’altra. Non sono molto attenti lassù.”
L’osservatore smise di prendere appunti sulla profondità del varco e squadrò il bambino.
“Non mi dica niente, Signor Michael. Ogni volta che succede sono costretto a venire quaggiù a fare rilievi dell’accaduto. Non capita spesso di trovare persone a modo come lei per poter chiacchierare.”
Sembrava ne facesse uno schizzo sul quadernetto, alzava e abbassava la testa guardando attentamente il grande solco nel verde che aveva innanzi.
“Uhm, devo tornare, c’è da innaffiare i semi.”
“Mi dispiace perdere la sua compagnia Signor Michael, ma il dovere è il dovere. La saluto.”
Il bambino si voltò deciso, direzione casa.
“Ah, Signor Michael!” gli mando l’osservatore.
“è meglio lasciare suo fratello della sua opinione, ne conviene?”
Al bambino tutto tornava, c’era solo da controllare meglio.
Anche all’Osservatore tornava, ma di squali lunghi come questo solco non ne vide mai.

Degli anni francesi e di quelli disordinati parte 2°

gennaio 19, 2011 § Lascia un commento

Se c’è una cosa che avevo sempre odiato erano i francesi.
Niente di personale, anzi avevo avuto una storia con l’unica persona francese mai conosciuta.
“Ti dispiace se fumo?”
“Per niente.” In verità mi scocciava che una francese mi chiedesse di fumare in macchina, ma solo perché era francese. Amavo l’odore di cadavere della mia macchina e in generale apprezzavo il fumo come vizio, pur non riuscendo a praticarlo.
“Mi devo fermare in un posto,” la informai. C’eravamo di nuovo, sulla faccia la stessa espressione di chi è forzato a cambiare i propri piani. “Una cosa veloce, dopo mi porti dove ti è stato ordinato.”
Edificio mesto, parcheggio abbondante. L’architetto ha avuto il pregio di riuscire a fondere il suo palazzo a quelli circostanti, in una soluzione di continuità cittadina da girone infernale. Evidentemente aveva studiato per corrispondenza. Se invece l’aveva fatto di proposito, aveva tutta la mia stima.
Mentre mi seguiva sempre impacciata in quel suo vestito viola, teneva lo sguardo fisso ai miei piedi nudi sul pavimento dei corridoi verdi, di quelli da ospedali. Sentii che voleva chiedere qualcosa, ma era in mano mia, doveva seguire me.
Cercai la stanza 12 per qualche minuto senza fortuna mentre tentavo di resistere all’impulso di rovesciare i cestini messi fuori dalle aule. Finalmente la trovai.
Misi una mano sulla maniglia della porta e mi girai a guardarla. Molto teatrale, l’avevo programmata questa. Lanciai uno sguardo a pendolo dalla testa fino a i piedi, quasi volessi soppesarla.
All’interno ci accolse una mitragliata di sguardi famelici. Una dozzina di uomini quasi tutti sopra i trenta seduti a cerchio, nella stanza vuota. Terapia di gruppo per ex-maniaci sessuali.
Mi portai al centro con fare teatrale e mi girai di scatto a guardarla, portandomi tutti gli sguardi dietro, come se avessi accesso le luci di un teatro su di lei, che stava sull’invisibile palcoscenico.

Quando scesi, stava fumando una sigaretta abbracciandosi, segno che era ancora nervosa.
Si girò a guardarmi con lo sguardo corrucciato, a metà tra l’offeso e l’impaurito.
“Sei un maniaco sessuale?”
“No, ci provavo con una dottoressa di qua e ho conosciuto un po di gente. Ogni tanto passo a salutare.”
“Mi hanno detto che le hai lasciate sole in Francia perché sei un coniglio.”
Si, era offesa.
“Dammi una sigaretta.” Mi porse il pacchetto, mi diede da accendere. Alla prima boccata al posto della risposta alla sua affermazione, tossii abbondantemente.
“Sei strano come dicevano” disse.
“Sono strano come dico io.” pensai tra gli accessi di tosse.

 

Cosa bevi, fratello?

gennaio 13, 2011 § 1 Commento

Mentre tagliava del lime per i cocktail, il barista si muoveva a ritmo della musica bassa che il lettore cd di fianco a lui diffondeva nel locale. Era un brano jazz, probabilmente Miles Davis. Mi venne in mente di quel tizio che era convinto di essere Miles Davis. Un giorno degli amici lo portarono ad un locale dove Davis e la sua banda suonavano e lui tentò di salire sul palco per spodestare il millantatore. Durante una pausa, avvertirono il vero Davis che un ossesso convinto di essere lui aveva tentato di salire sul palchetto del locale. Questi non si scompose, e intimò che lasciassero passare l’uomo. Al ritorno sul palco, lo accompagnò allo strumento, e gli disse: “Se sei quello vero, dimostramelo”.
L’uomo non ebbe un attimo di esitazione, prese la lucida tromba sotto i riflettori del locale e con tutto il fiato che aveva in corpo emise una lunga e acida nota. Nessuno ebbe il coraggio di dire niente.
Poi gli amici che l’avevano portato lì, probabilmente mossi a compassione dalla sicurezza dell’uomo, presero ad applaudire. Senza un particolare perché, forse come riflesso automatico, tutto il locale si mise ad applaudire. Molti non avevo neanche ascoltato, sorseggiavano i drink al bancone scambiandosi amenità, ma applaudivano distrattamente presi dall’automatismo.
L’uomo posò lo strumento, fece un inchino affettato e disse al vero Davis: “Chi se non Miles Davis può suonare una nota stonata ed essere applaudito comunque?”.

 

Degli anni francesi e di quelli disordinati parte 1°

gennaio 11, 2011 § Lascia un commento

“Ha vinto un settimana per due in uno dei nostri villaggi!”.
Neanche “Salve” disse. Solo questo.
Evidentemente capì che l’entusiasmo non mi aveva sopraffatto dalla mia espressione, a metà tra l’assonnato e l’indifferente. Aveva una strana pettinatura a caschetto che sembrava essere troppo precisa per essere vera. La invitai ad entrare, ormai convinto che la cosa non sarebbe durata poco.
“Devo semplicemente verificare il tagliando della sua scheda di partecipazione al nostro concorso e spiegarle i dettagli” disse. Evidentemente dal mio abbigliamento, bermuda e canottiera, doveva aver capito che non ero predisposto granché a lunghe visite.
“Accomodati pure sul divano,” dissi mentre tentavo di liberarlo dai libri e dai vestiti. “e diamoci del tu, ti prego”.
Lei assentì un poco imbarazzata, come se questo andasse fuori da uno schema prestabilito che stava seguendo. Vestiva un tailleur viola scuro non adatto alla temperatura di quei giorni, una collana di perle che la invecchiava ingiustamente e niente calze sulle gambe accavallate.
“Questi sono alcuni tra i villaggi tra cui può-puoi scegliere,” disse tirando fuori dalla borsa un depliant molto colorato.
“Ma prima devo convalidare la vincita verificando il tagliando.”
“Nessun tagliando, non ho partecipato a nessun concorso.” dissi, senza appello.
“Ma l’indirizzo sulla nostra ricevuta è il suo,” farfugliò imbarazzata, controllando l’indirizzo.
“Il precedente inquilino deve aver partecipato, sono qui solo da un paio di settimane.”
“Ah, conosce per caso il suo nome?”
“No, mai conosciuto mi dispiace. Qualcosa da bere?”
“Solo un po d’acqua” disse soprappensiero, concentrata su come risolvere il problema che gli si poneva davanti.
Bevve il suo bicchiere d’acqua in fretta con lo sguardo fisso sulla moquette, evidentemente agitata. Aveva il viso di una bambola troppo truccata e nell’insieme dava l’idea di una ragazzina che tenta di sembrare più grande.
“Posso usare la toilette?” disse, riavendosi di colpo dal quello stato di torpore angosciato. Gli indicai la via per il bagno, mi scusai per le condizioni in cui l’avrebbe trovato e me ne tornai in cucina a mettere del caffè sul fornello. Non ancora del tutto sveglio, mi fermai a guardare il salotto fissandolo come un’estraneo. Presi una pila di vestiti piegati e lavati da sopra il mobile basso vicino al divano e li buttai a terra oltre il tavolino con il depliant colorato ancora appoggiato. Soddisfatto, tornai ad aspettare che il caffè salisse.
Dopo una decina di minuti, la ragazza tornò in salotto con il trucco visibilmente danneggiato e gli occhi rossi.
“Mi dispiace di averla disturbata, tolgo il disturbo subito.” disse risoluta. La sua voce era diversa ora, come se l’agitarsi portasse fuori un accento straniero mentre parlava.
“Nessun problema,” dissi da dietro la tazzina del caffè. Fece per avviarsi alla porta, camminando in maniera scomposta, come se si fosse appena ricostruita e ancora non si controllasse bene.
“Un ultima cosa,” lanciai. “Mimì sta bene?”
Colpita, la faccia lo dimostrava.
“Oui” disse.
“Francese” pensai.