Degli anni francesi e di quelli disordinati parte 1°

gennaio 11, 2011 § Lascia un commento

“Ha vinto un settimana per due in uno dei nostri villaggi!”.
Neanche “Salve” disse. Solo questo.
Evidentemente capì che l’entusiasmo non mi aveva sopraffatto dalla mia espressione, a metà tra l’assonnato e l’indifferente. Aveva una strana pettinatura a caschetto che sembrava essere troppo precisa per essere vera. La invitai ad entrare, ormai convinto che la cosa non sarebbe durata poco.
“Devo semplicemente verificare il tagliando della sua scheda di partecipazione al nostro concorso e spiegarle i dettagli” disse. Evidentemente dal mio abbigliamento, bermuda e canottiera, doveva aver capito che non ero predisposto granché a lunghe visite.
“Accomodati pure sul divano,” dissi mentre tentavo di liberarlo dai libri e dai vestiti. “e diamoci del tu, ti prego”.
Lei assentì un poco imbarazzata, come se questo andasse fuori da uno schema prestabilito che stava seguendo. Vestiva un tailleur viola scuro non adatto alla temperatura di quei giorni, una collana di perle che la invecchiava ingiustamente e niente calze sulle gambe accavallate.
“Questi sono alcuni tra i villaggi tra cui può-puoi scegliere,” disse tirando fuori dalla borsa un depliant molto colorato.
“Ma prima devo convalidare la vincita verificando il tagliando.”
“Nessun tagliando, non ho partecipato a nessun concorso.” dissi, senza appello.
“Ma l’indirizzo sulla nostra ricevuta è il suo,” farfugliò imbarazzata, controllando l’indirizzo.
“Il precedente inquilino deve aver partecipato, sono qui solo da un paio di settimane.”
“Ah, conosce per caso il suo nome?”
“No, mai conosciuto mi dispiace. Qualcosa da bere?”
“Solo un po d’acqua” disse soprappensiero, concentrata su come risolvere il problema che gli si poneva davanti.
Bevve il suo bicchiere d’acqua in fretta con lo sguardo fisso sulla moquette, evidentemente agitata. Aveva il viso di una bambola troppo truccata e nell’insieme dava l’idea di una ragazzina che tenta di sembrare più grande.
“Posso usare la toilette?” disse, riavendosi di colpo dal quello stato di torpore angosciato. Gli indicai la via per il bagno, mi scusai per le condizioni in cui l’avrebbe trovato e me ne tornai in cucina a mettere del caffè sul fornello. Non ancora del tutto sveglio, mi fermai a guardare il salotto fissandolo come un’estraneo. Presi una pila di vestiti piegati e lavati da sopra il mobile basso vicino al divano e li buttai a terra oltre il tavolino con il depliant colorato ancora appoggiato. Soddisfatto, tornai ad aspettare che il caffè salisse.
Dopo una decina di minuti, la ragazza tornò in salotto con il trucco visibilmente danneggiato e gli occhi rossi.
“Mi dispiace di averla disturbata, tolgo il disturbo subito.” disse risoluta. La sua voce era diversa ora, come se l’agitarsi portasse fuori un accento straniero mentre parlava.
“Nessun problema,” dissi da dietro la tazzina del caffè. Fece per avviarsi alla porta, camminando in maniera scomposta, come se si fosse appena ricostruita e ancora non si controllasse bene.
“Un ultima cosa,” lanciai. “Mimì sta bene?”
Colpita, la faccia lo dimostrava.
“Oui” disse.
“Francese” pensai.

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