Degli anni francesi e di quelli disordinati parte 2°

gennaio 19, 2011 § Lascia un commento

Se c’è una cosa che avevo sempre odiato erano i francesi.
Niente di personale, anzi avevo avuto una storia con l’unica persona francese mai conosciuta.
“Ti dispiace se fumo?”
“Per niente.” In verità mi scocciava che una francese mi chiedesse di fumare in macchina, ma solo perché era francese. Amavo l’odore di cadavere della mia macchina e in generale apprezzavo il fumo come vizio, pur non riuscendo a praticarlo.
“Mi devo fermare in un posto,” la informai. C’eravamo di nuovo, sulla faccia la stessa espressione di chi è forzato a cambiare i propri piani. “Una cosa veloce, dopo mi porti dove ti è stato ordinato.”
Edificio mesto, parcheggio abbondante. L’architetto ha avuto il pregio di riuscire a fondere il suo palazzo a quelli circostanti, in una soluzione di continuità cittadina da girone infernale. Evidentemente aveva studiato per corrispondenza. Se invece l’aveva fatto di proposito, aveva tutta la mia stima.
Mentre mi seguiva sempre impacciata in quel suo vestito viola, teneva lo sguardo fisso ai miei piedi nudi sul pavimento dei corridoi verdi, di quelli da ospedali. Sentii che voleva chiedere qualcosa, ma era in mano mia, doveva seguire me.
Cercai la stanza 12 per qualche minuto senza fortuna mentre tentavo di resistere all’impulso di rovesciare i cestini messi fuori dalle aule. Finalmente la trovai.
Misi una mano sulla maniglia della porta e mi girai a guardarla. Molto teatrale, l’avevo programmata questa. Lanciai uno sguardo a pendolo dalla testa fino a i piedi, quasi volessi soppesarla.
All’interno ci accolse una mitragliata di sguardi famelici. Una dozzina di uomini quasi tutti sopra i trenta seduti a cerchio, nella stanza vuota. Terapia di gruppo per ex-maniaci sessuali.
Mi portai al centro con fare teatrale e mi girai di scatto a guardarla, portandomi tutti gli sguardi dietro, come se avessi accesso le luci di un teatro su di lei, che stava sull’invisibile palcoscenico.

Quando scesi, stava fumando una sigaretta abbracciandosi, segno che era ancora nervosa.
Si girò a guardarmi con lo sguardo corrucciato, a metà tra l’offeso e l’impaurito.
“Sei un maniaco sessuale?”
“No, ci provavo con una dottoressa di qua e ho conosciuto un po di gente. Ogni tanto passo a salutare.”
“Mi hanno detto che le hai lasciate sole in Francia perché sei un coniglio.”
Si, era offesa.
“Dammi una sigaretta.” Mi porse il pacchetto, mi diede da accendere. Alla prima boccata al posto della risposta alla sua affermazione, tossii abbondantemente.
“Sei strano come dicevano” disse.
“Sono strano come dico io.” pensai tra gli accessi di tosse.

 

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