“Ammazza ammazza, sò tutti la stessa razza” parte 1°

aprile 11, 2011 § Lascia un commento

I comunisti sono tutti stupidi. Anche i ragazzini. Se penso al modo in cui si è fatto fregare, quasi mi dispiace per lui, stupido figlio di un partigiano. Avevo preso tutte le precauzioni possibili d’altronde. Non potevo fare di più di ciò che ho fatto, lo sapevano.
Le cose andarono così. Da Modena, mi assegnarono una pattuglia che doveva rastrellare tutte le campagne nei dintorni di Sassuolo fino a Maranello. Scoprii ben presto che la casa della famiglia di mia moglie era da quelle parti. Non me ne ero mai interessato a dove vivessero. Alma, mia moglie, la conobbi a Modena. Era lì con le due sorelle a vendere il formaggio che facevano in campagna. Io passavo con due amici nel mercato e vidi il loro banchetto. Come ebbi modo di scoprire poi, Alma era la più piccola. Con lei c’erano Lia, la maggiore, con la faccia furba e le forme abbondanti da vera donna emiliana, e Pina, la mediana, silenziosa e delle tre la più bella. In tutta onestà fu la prima che notai. Lia mi spaventava, troppo forte ed esuberante di carattere, tirava avanti il banchetto praticamente da sola, contrattando e strillando come un maschio. Alma, ad essere onesti, era la meno graziosa delle tre. Insolitamente scura di pelle e con un viso piccolo piccolo. Grazioso, sia chiaro, ma poco armonioso. Due folte sopracciglia le mettevano in ombra un taglio di occhi curiosamente piccolo e il naso sottile e lungo le piangeva come una grondaia sulla bocca minuta.
Pina, come ho già detto, era la vera attrazione. In confronto a Lia era di una bellezza più modesta, di quella che noti per seconda, ma che apprezzi più della prima. I clienti si avvicinavano e strillavano per i prezzi con Lia, intanto elargivano grandi sorrisi a Pina, che sorrideva ma non dava troppa confidenza. Alma, al contrario, cercava sempre attenzioni dai clienti e dalle persone, e fu così che la conobbi. In capo ad un anno la sposai e la feci trasferire a Modena. Non ci fu nessuna richiesta della sua mano alla sua famiglia, niente feste e niente dote. Lei mi confessò che la sua famiglia era comunista e che i fascisti a casa erano il diavolo. Poi aggiunse che non sapeva cosa credere, e che non voleva dispiacere me, che nel fascio credevo e ci avrei servito. Così la feci scappare, e la portai a casa della mia famiglia, dove il pranzo veniva servito due volte al giorno e prima di cena si pregava. E lei, prima di addormentarsi bacia il mio ritratto sul comodino, invariabilmente, tutte le sere. Non come a casa sua, dove non pregavano, e l’unica cosa che baciavano era il piatto, per non lasciare briciole.
Così iniziammo il rastrellamento nei paesi. Erano arrivate delle spiate su gruppi di partigiani nascosti nelle case contadine. Come dicevo, di rischi me ne sono presi. Arrivati a Pavullo, andai a casa di alcuni amici di famiglia e gli chiesi di mandare il loro figlio più piccolo fino a Prignano, in bicicletta. Mandarlo ad avvertire che saremmo arrivati presto. All’inizio pensai di dargli un messaggio scritto ma, considerando che lassù nessuno legge come si deve, dissi al ragazzino, che di nome faceva Michele, di riferire: “Vostro cognato Aldo passerà presto a trovarvi.” Mi scocciava ammettere la parentela con quella famiglia, ma era l’unico modo di tenere la cosa privata. Di sicuro non avrei potuto dirgli che una pattuglia sarebbe passata da lì a qualche giorno. E in più, se qualcuno avesse fatto domande al bambino, nessuno si sarebbe insospettito per una visita familiare. Tutto questo lo feci a mio grande sprezzo del pericolo, ripeto. Aiutare la Resistenza, era un crimine punito con la fucilazione. Ma in cuor mio non mi pensavo di far del male al Fascio, ma solo di evitare grane alle famiglia di mia moglie, pur pezzenti comunisti che erano. A Pavullo non trovammo nessuno di ricercato, le spiate erano state fatte sui paesini più arroccati sui monti. Non di meno, ci sistemammo a casa della famiglia del macellaio, che aveva una casa bella grande e cibo in abbondanza, per i tempi. C’è da dire che il poverino però non era contento. Prima di tutto perché in paese si diceva che a lui i fascisti non piacessero. Una signora che si serviva da lui confessò ad un camerata che, quando non c’erano pattuglie nella zona, aveva un gran da fare a gonfiarsi contro il fascio, e ad agitare i suoi coltelli in aria giurando che sarebbe dovuti passare sul suo cadavere per entrare in casa sua o nella macelleria. In più, piangeva miseria dal mattino alla sera, coi i clienti e con i soldati. A sentire lui, la sua famiglia quasi non aveva di che mangiare, e anche le bestie per il negozio gli arrivavano sempre più razionate.
Non passammo sopra nessun cadavere e, in mancanza di una caserma, ci ospitò senza fiatare e senza lesinare troppo sul cibo. Il mattino seguente, scoprimmo anche il perché della sua generosità.
Il macellaio pregò me, tenente, di liberargli la casa il prima possibile, che dovevano arrivare familiari, che li avevano fatti sgombrare. Nel mentre lui sarebbe andato ad aprir bottega, che ci aveva i clienti che aspettavano. Acconsentii. Ora, la casa del macellaio era molto bella. Ci aveva alloggiato nel salone, chi sul divano, chi sulle brande. Mentre ci preparavamo ad uscire, un camerata si appoggiò al muro con una spalla, per meglio godere dei raggi di sole che entravano dalla finestra, dall’altra parte della stanza. Come si alzò, si accorse che la manica della sua camicia, al posto di essere nera come al solito, era bianca. Il sole, battendo sulla parete, stava sciogliendo un sottile strato di intonaco, probabilmente dato da poco. Bussammo sulla parete e la scoprimmo cava. Senza chiedere altro, la buttammo giù. Scoprimmo uno stanzino buio e pieno di scaffali, stipato di ogni bene di Dio. Intendiamoci, cibo, come conserve, farina, legumi e due grandi barattoli di strutto; ma anche lenzuoli e federe fatti a mano, argenterie e servizi da tavola pregiati. Probabilmente la dote della figlia e le provviste per la carestia. Caricammo tutto sulla camionetta, e riprendemmo il nostro rastrellamento. Venni a sapere più tardi che il macellaio, fuori di se, agitava di nuovo i suoi coltelli in aria giurando che se avessimo voluto passare di nuovo da Pavullo, avremmo dovuto passare sopra il suo solito cadavere.
In verità, pensavo di dare un po di quelle provviste alla famiglia di mia moglie. Non per altro, ma per fare bella figura con Alma. Ma, mentre ci avviavamo verso la loro zona, questo proposito sfumava, sotto il peso della paura di essere scoperto ad aiutare chi nascondeva partigiani.

 

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