“Ammazza ammazza, sò tutti la stessa razza” parte 2°

aprile 20, 2011 § Lascia un commento

Verso le due del pomeriggio eravamo davanti a Casa Pace. Questo era il nome del posto dove abitava la famiglia di mia moglie. Non sono mai riuscito a capire se sia il nome della casa, oppure della località, composta da altre 4 case contadine. Comunque sia, mentre scendevamo dalla camionetta, sulla breccia bianca, non pensavo a questo. Con un contegno ordinario ma non particolarmente interessato feci cenno alla pattuglia di procedere con la perquisizione. Disposta su due livelli, la casa aveva a piano terra la stalla, e al primo livello la casa vera e propria. Era stata costruita seguendo la pendenza della collina, così che che per accedere al primo piano bisogna prendere una piccola salita che corre lungo il muro destro della stalla e che si apre in uno spiazzo in cui si trova l’ingresso. Feci segni di iniziare dal primo piano, io sarei entrato dalla stalla. Non volevo vedere la famiglia, se possibile. Così in attesa che finissero con il primo piano, mi accesi una sigaretta e con calma mi indirizzai verso la porta della stalla.
Una volta entrato, vidi che la poca luce che entrava si faceva strada da due finestrelle sul lato lungo dell’unico stanzone da cui era composta. Il pavimento era semplicemente di terra battuta, con qualche pietra rialzata qua e là per evitare di pestare gli escrementi degli animali. Davanti a me avevo due recinti che prendevano tutta l’altra metà della stanza, vuoti se non per una vacca in un angolo, che scorsi solo più tardi. Una scaletta a pioli era situata a sinistra, e portava direttamente alla casa. Feci per prenderla quando da dietro la mucca nell’angolo buio vidi venire del fumo. Con un brutto presentimento nel cuore mi avvicinai. La mucca si accorse di me e girò la testa per guardarmi, con quello sguardo inespressivo proprio delle mucche.
Il ragazzino dietro di lei fece altrettanto. Per un momento non realizzai. Poi il ragazzino, che fumava una sigaretta fatta con il giornale, appoggiato alla mucca, girò lo sguardo verso l’angolo della stalla, sbiancando in faccia. Così feci io. Vicino ad un mucchio di letame alto mezzo metro, con una pala accanto, c’era una botola aperta. Intanto sentii il rumore di qualcuno che prendeva a scendere la scala a pioli. Bloccati così a guardarci, feci segno con la mano al ragazzino di rientrare subito nella botola. Nulla, continuava a guardarmi stupito e bianco in faccia. Sentii che ormai chi stava scendendo era quasi alla fine della scala, e presto ci avrebbe visto. Senza sapere cosa fare, seguii solo l’istinto. Mollai un ceffone al ragazzino che lo ridusse a terra, mentre gli altri camerati stavano ormai assistendo alla scena.
Sapevano già cosa fare. Nella botola trovavano alloggio quel ragazzino, Luigi, figlio di partigiano, che per non doversi arruolare a forza si nascondeva sulle montagne; e Lisa, figlia di un panettiere fumantino che aveva sgozzato un ufficiale che aveva preso in giro quella sua figlia così alta. Lo fucilarono e la madre mandò la figlia a nascondersi, per non dover servire i fascisti. Portarono tutti fuori, quasi avessero sentito un mio ordine implicito, ma che io non avevo pronunciato. Mentre uscivo dalla casa, la mente andava a cosa sarebbe successo. La casa andava bruciata e il ragazzino, Lia e Pina sarebbero dovuti venire con noi, gli altri avrebbero sofferto da sfollati. Salivo il pezzo di collina che portava all’ingresso del primo piano cercando una via per evitare tutto questo. Per evitarlo alla famiglia di mia moglie. Intanto, sullo spiazzo, li avevano fatti allineare. Il padre delle ragazze, mio suocero, era nel campo giù da basso, stando a quanto mi comunicarono. La madre era morta l’anno prima che conoscessi Alma, la febbre l’aveva uccisa durante l’inverno.
Genitori a parte, la fila era composta da Lisa, Lia e Pina, con lo sguardo duro verso tutti e il ragazzino Luigi che gli si stava nascondendo sotto il braccio. Fecimo uscire anche i vicini delle case poco più su, e ora un nutrito gruppo di persone aspettava una mia decisione, senza fare un fiato. Io dal canto mio, cercavo un modo per evitare di dar fuoco alla casa. A quel punto mi sembrava come se due entità diverse in me, vivessero quella situazione. Mentre una ancora si dannava su come giustificare una mia eventuale grazia a quel rifugio per partigiani, l’altra diede l’ordine di bruciarlo.
L’avevamo già fatto, la proceduta consisteva nel lanciare fazzoletti imbevuti di benzina e legati attorno ad un sasso, sul tetto di paglia pressata e cocci. Un’altro po di benzina veniva sparsa al primo piano, e altra paglia venne incendiata nella stalla.
Rimanemmo tutti lì un po imbambolati a guardare le fiamme mangiarsi le pietre di fiume e la calce di bassa lega di cui la casa era fatta. Come previsto, presero lentamente fuoco anche le due case accanto. Potevo ancora cavarmela. Potevo raccontare a mia moglie che, a causa della faccenda del macellaio, mi trattenni a Pavullo e non partecipai alla perquisizione di casa sua. Intanto i vicini si disperavano e si attaccavano ai soldati chiedendogli, o urlandogli, che colpa ne avevano loro se nella casa a fianco ospitavano partigiani. In fondo non avrebbe avuto modo di controllare se fossi stato presente, la mia Alma. Di nuovo in preda ad un distaccamento dalla situazione, mi avvicinai verso Lia e Pina. Lia aveva perso tutta la sua spavalderia e negli occhi aveva solo miseria e una richiesta di grazia. Forse essendo la più grande, sentiva di avere la responsabilità per quel rimaneva della sua famiglia, e sapeva che non poteva far altro che supplicare pietà. Pina invece, mi lanciava uno sguardo pieno d’odio che aumentava man mano che mi avvicinavo. I suoi bei occhi color nocciola erano lucidi di pianto e, a ben guardare, agli angoli di entrambi si scorgevano grosse lacrime che ancora dovevano caderle sulle guance. Ma non era uno sguardo di una bambina a cui si è dato uno scapaccione per qualche disubbidienza. Mi guardava senza paura e con una durezza che non mi aspettavo, da una ragazza della sua età. Come se questo avvenimento l’avesse in qualche modo cambiata. Proprio quando stavo per aprir bocca senza neanche aver deciso cosa avrei potuto dire, loro si girarono e cominciarono a correre verso la boscaglia che dominava lo spiazzo. A tutt’oggi non riesco a ricordare come andarono precisamente i fatti. Nella mia memoria e come se si fossero mossi tutti insieme, quasi d’accordo. Ma molto più probabilmente Lia, che teneva per le mani le altre due ragazze, prese la decisione e l’iniziativa. La prima cosa che feci fu girarmi verso il resto della pattuglia. Tutti intenti a fumare o a discutere con chi aveva perso la casa quel giorno. Nessuno assisteva alla scena tranne me. Erano a metà strada verso la boscaglia e io sapevo che non avrei mai potuto sparare sulle sorelle di mia moglie. Presi la mira e sparai.
I minuti successivi, pensai con grande stupore che sparare un colpo di avvertimento non mi era neanche passato per il cervello. Mentre mi convincevo che non potevo sparare, avevo preso la mira e lo avevo fatto.
Se il padre di Lisa avesse saputo che quella sua figlia morì proprio a causa della sua altezza, probabilmente non avrebbe sgozzato quell’ufficiale insolente.
La pallottola passò fischiando come un demonio sopra la testa di Pina, per andare a fermarsi in pieno sulla bionda nuca di Lisa.
Avevo fatto tutto il possibile per aiutarli, è chiaro. Non ne ho colpa.

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