A handful full of pity.

gennaio 5, 2011 § 1 Commento

“Vabbè me lo spieghi perché hai preso la mia muta per fare questa cosa?”
“La vuoi sentire una storia assurda?” disse mentre tentava  di infilare un ciuffo di capelli ribelle all’interno del cappuccio in neoprene.
“La storia di com’è che rientro a casa e ti ritrovo nella vasca da bagno a fare le immersioni con la mia muta? Si.”
“Praticamente successe questo: c’era un uomo che faceva il palombaro. Da bambino aveva visto un cinegiornale con un palombaro con la sua attrezzatura lucente come la corazza di un cavaliere e dal quel momento decise che voleva essere uno scopritore delle profondità. Crebbe, studiò tutto quello che poteva sull’argomento. Frequentò le scuole necessarie al raggiungimento del suo obiettivo. Successe che quest’uomo si sposò ed ebbe un figlio. Non vedeva l’ora di insegnargli il mestiere, di vagare per le profondità marine con il sangue del suo sangue. Non appena il fanciullo fu grande abbastanza da essere portato in barca, l’uomo scoprì con orrore che il piccolo soffriva il mare. Terribilmente. Non usciva quasi dal bagno, era sempre pallido e per la nausea non si teneva in piedi. Decise che suo figlio non poteva essere allergico al mare. In fin dei conti, era suo figlio, un palombaro dalla nascita. Così lo portò in immersione. Ma qualcosa andò storto. Chi era sulla barca disse che il bambino doveva essere stato preso dal panico e, nel tentativo di ritornare a galla senza espellere l’aria dai polmoni, sia morto sul colpo per sovra-distensione polmonare. L’uomo tornò a galla mezz’ora dopo, a immersione finita. Niente di tutto ciò sembrava averlo toccato. Tornarono a riva e li continuò con la vita di sempre, pianificando nuove solitarie esplorazioni. “
“E tu in tutto questo cosa centri?”
“Io sono il figlio del panettiere.”
“Esci subito di lì.”

Mi seguii in cucina da bravo, ma non levandosi la muta. Acqua ovunque.
“Lo vuoi un caffè, figlio di panettiere?”
“Sai, pensavo che forse potremo vederci più spesso.”
“Quando sei arrivato?”
“Oh ieri,”
“E come?”
“In parte in treno, poi sono dovuto scendere,”
“Perché?”
“Oh niente di che. Vuoi sapere come finisce quella storia o no?”
“Che ci fai in città?”
“Devo vedere qualche amico. La pianti di farmi il terzo grado, non sei contenta di rivedermi?”
Mi guardava con aria supplichevole, seduto su una sedia della mia cucina. Con addosso una muta. Sembrava un grande girino nero.
“Dimmi solo una cosa, è passato?”
“Si, non succederà più. Questo è quello che mi hanno detto là” disse serio.
“Ok, come finisce la storia?”
“Beh la moglie dell’uomo in questione, convinta che la morte del figlio fosse da attribuire al marito, gli confessa che non era veramente suo figlio.”
“E di chi era allora?”
“Del panettiere.”
“Ora non ti seguo più”
“Dopo questa rivelazione, si racconta che lui tentò di riesumare la salma del ragazzo, per scusarsi. Chi era al porto di quei tempi giura di averlo visto girare ed esclamare di gioia alla vista di qualsiasi maschio sotto i vent’ anni, urlando di aver ritrovato il proprio figlio.”
“Ma se il figlio illegittimo del panettiere è morto, tu allora che centri?”
“Era mio fratello.”
“Perché mi hai raccontato questa storia assurda?”
“Perché pensavo che ci potremmo vedere più spesso d’ora in poi. E perché mi servono soldi,”
Eccoci.
“Soldi non ne ho. Ma se ti aiuta puoi rimanere qualche giorno qui.”
“Grazie,” timidamente.
“Vieni, ti tolgo quell’affare di dosso.”

In bagno lo aiutai a togliere la tuta in neoprene che, asciugataglisi addosso durante la chiacchierata, non ne voleva sapere di venire via. Ad ogni pezzo di pelle che riuscivo a liberare, le cicatrici venivano alla luce. Sul petto, sul gambe, soprattutto sulle braccia. Rimase in mutande senza più la sua – anzi, la mia – muta addosso. Sembrava un bambino nel corpo di un ventisettenne. Mi fermai a guardarlo appoggiata al lavandino mentre lui, seduto al bordo della vasca, aspettava un mio comando per muoversi.
“Sei sempre troppo magro,”
“Non mangiavo molto là. Non mi piaceva il cibo.”
Gli presi il pigiama dalla sua valigia e insieme aprimmo il divano letto in salotto.
“Domani mi trovo un posto fisso dove stare. Così starò in città per un po e potremmo vederci più spesso.” disse prima di congedarsi.

Tornai in cucina per fare un’altro po di caffè. Ancora troppo presto per coricarsi. Erano mesi che non lo vedevo più ma ora nulla sembrava veramente cambiato. La storia che mi raccontò era completamente falsa, lo sapevamo entrambi. Era figlio unico di un impiegato di banca, lui.
All’improvviso mi venne in mente il film da cui aveva tratto quella storia. Mi diressi verso la porta del mio salotto per smascherarlo, aspettandomi le sue risate. Mi fermai sulla soglia della porta, aperta solo per uno spiraglio. Non so perché, forse perché lui era ancora in piedi e si stava preparando per andare a letto. Era uno specie di rito. Lo conoscevo bene, l’avevo già visto. Tappi per le orecchie, perché i dottori dicevano che evitando di svegliarsi per i rumori, riduce il rischio di attacchi. Elmetto da rugbista per attutire qualsiasi cosa potesse cadergli in testa, aveva sempre avuto questa fobia. Una volta sul divano letto, si arrotolò nel lenzuolo e nelle due trapunte che si era preso da solo nell’armadio. Mi passò la voglia di entrare e smascherare il suo bluff. Restai ancora un momento a guardarlo nella sua armatura notturna, come un palombaro che va in immersione tra le braccia di Morfeo. Il caffè.

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Penne e calle. 1

gennaio 2, 2011 § 1 Commento

Chiazzata. L’unica cosa che mi viene in mente quando il baffuto proprietario dell’ostello mi apre la porta della sua stanza più economica. Penso sia un miracolo che mi ci abbia accompagnato. Penso sia un decennio che quest’uomo non si lava.
“20 pesetas a notte” mi ricorda. Faccio si con la testa e contemporaneamente chiudo la porta.
Borsa sul letto, passo un quarto d’ora a guardare dalla finestra in legno scheggiato. I vetri sono di quelli economici, di quelli che deformano le cose. La viuzza di sotto non ha nulla di speciale, ciottolato, bottiglie di birra rotte, urinatoi e gente con troppi muscoli e tatuaggi di cattivo gusto. Non mi è chiaro il motivo per il quale sono finito qua, ma fortunatamente non riesco a pensarci razionalmente. Una volta un vecchio scrittore siciliano che rilasciava interviste a rampolli famosi mi confessò che spesso si vedeva vivere da fuori. Che non ha deciso nulla, che i libri li ha scritti qualcun altro. I libri. Tiro fuori il quaderno, non si sa mai che venga fuori qualche bella idea. Solo una bella prima pagina piena di propositi su quello che ci andrà scritto. Il resto è vuoto.
Mi viene in mente il nome di un gelato che mio nonno usava comprarmi da piccolo. C’era dentro del liquore o qualcosa del genere e non avrei dovuto mangiarlo. Lui si prendeva della vodka e io il mio gelato alcolico. E guardavamo passare le persone dal baretto di quel posto dimenticato da dio nel modenese. Dopo un po il nonno mi spiegava le persone, chissà come le aveva capite lui.
Un vestito rosso irrompe nel mio campo visivo. Trucco colato e capelli tirati sopra la testa in un grossa crocchia. Uno spettacolare paio di gambe. Mi perdo a pensare a che notte deve aver passato quella creatura in rosso. Magari una nottata solitaria a bere in un locale dove non conosce nessuno. Improbabile. Magari è la fidanzata di un torero delle notturne. Magari il torero ha sbagliato qualcosa stanotte e lei ora ha il trucco colato. Magari era anche un giovane promettente. Magari veniva dalla campagna, sguardo sincero e capelli sempre spettinati. Guascone, si vantava di non aver paura di niente. Ed era vero, non ha avuto paura di nulla.
Troppo caldo per continuare a guardare le cose deformate, apro la finestra.

Quando decido di uscire, al banchetto all’entrata c’è una ragazzina di non più di 13 anni. Dalla canotta che indossa insieme all’aria annoiata deduco sia la figlia del proprietario. Mi fa cenno con la testa come a salutarmi.
“Che hanno fatto le notturne?” chiedo.
“Non so, seguo solo i tori di Manos. Lui è molto bello, è una promessa,”
“Nessun incornato?”
“Non che io sappia.”
Deve essere fidanzata allora.


 

Spegni la luce, vuoi?

dicembre 31, 2010 § Lascia un commento

“Spegni la luce, vuoi?”
Evidentemente è inutile fingersi interessanti dopo la terza bottiglia di Barbera, se non hai vomitato, probabilmente lo sei già. I giapponesi diventano insopportabili da ubriachi. Perdono l’aplomb e ti ricordano tua madre ubriaca a capodanno. Fortuna che un tavolo ci separa. Saremmo anche poco riconoscibili se non fosse che il ragazzino ha trovato in soffitta un cappello che deve aver messo anche Napoleone. Lui però ha mantenuto l’aplomb. Undici anni ma lo regge bene il Barbera. L’ho scelto bene il mio compagno di tavolo. Ancora meglio ha fatto la signorina appena dietro di noi, accompagnata da un filo di perle e l’aria scocciata. Ah. Giovane Marcantonio in rotta di collisione. Vestito curato e sopracciglia rifatte, sognava Montecarlo e le puttane russe a quindici anni, scommetto.
Il ragazzino intanto ha preso a fissare i giapponesi come se capisse una sola parola di cosa stanno blaterando.
Passiamo una piacevole mezzora insieme alla quarta bottiglia di Barbera, io e il ragazzino non ci diciamo niente perché ora tutto ha senso e non avrebbe senso spiegarlo. Anche perché domani non sarebbe più valido. Anche perché lui non parla.
Il Marcantonio ora è piegato su un ginocchio davanti alla ragazza con il vestito bianco. Se non sta cercando di imitare la mie gesta in quel bar di Panama, gli deve essere caduto qualcosa. Anche perché si fruga nelle tasche, io frugavo nella gonna. No, non mi imita.
La faccia della ragazza è un punto esclamativo. Ora è meno bella e più stupida.
“Spegni la luce, vuoi?”
E parlai.
“No, sappia che poi se lo devi tenere così come è. Invecchiando ritorna alla forma in cui è stato concepito. Nell’infanzia si è sinceri, non si mente. L’adolescenza è uno dei periodi più difficili della vita perché ci si costringe a qualcosa che non si è. I vent’anni sono uno splendido viaggio in solitaria, accompagnati dallo sconosciuti di noi stessi. Ma i cinquanta. Arrivati ai cinquanta non ci sono più freni. Niente più abitudini da stravolgere. Saremo noi l’abitudine. Non migliora, si fidi. Si inizia con le piccole fissazioni, con il coltivare piante che ci odiano o riempire di attenzioni animali che non ne vorrebbero. Si indulge con i figli, lascia che facciano. Lascia che sperimentino. Un’età particolare, passerà. Non è colpa sua, sono le compagnie, a casa è un angelo, quando era piccolo mai un problema. Si getta la spugna. Si prova finalmente pietà per stessi e si decide che si è perfetti abbastanza da spiegare qualcosa alla sangue del tuo sangue. Si compie il viaggio al contrario e si ritorna all’infanzia, ma senza avere nessuna giustificazione plausibile. Tutti i viaggi, le volte che non lo capivi, le scelte sbagliate, il coraggio. Tutto nel cesso. Prevedibilità e istinto. Quando ne intravedi la polverosa essenza, avrai sentito tutto il concerto fino alla chiusura. Non si illuda. Basta capirne lo stampo e dopo i sessanta è tutto un ripetersi di meccanismi. Peggio ancora se è stato spietato in gioventù. La pena che si prova nel vedere quello che una volta era un cacciatore, una dura ossidiana lucida di se stessa, che si concede a sentimentalismi, a ritrattazioni, a mi manchi. Che mostrano come era tutto un gioco, che non valevano nulla anche quando sembravano molto. Il suicidio o l’eremo son soluzioni. Ma si capisce, l’utero può andare al cervello e la corsa al miglior stallone non conosce pietà. Possiedilo e si ti picchia fa nulla, almeno mostra interesse. Ti tratta male? Ma è ancora tuo. Non che io non la capisca per carità. Ma sembrava molto sola un momento fa in questo suo bel vestito bianco. Sembrava sola e bellissima. Mi dispiace aver saputo di più sul suo conto, ma se la consola io non le dirò niente sul mio e, negli anni avvenire potrai fantasticare su come sarebbe stato se. Non le rovinerò la mia immagine, la può tenere. Può tenere anche quella del ragazzino. Ma il cappello no, a quello ci tiene.“
Un’espressione a forma di zero, si sarebbe detta una paresi facciale.
“Dai, non ti faranno male le ginocchia a stare tutto quel tempo piegato?” a lui, stavolta.
Anche lui stessa espressione a forma di zero.
Il ragazzino alza un sopracciglio. Forse si sente a disagio. Forse è il vino.
Raccolgo cappello e impermeabile e mi preparo all’uscita di scena. Ma il ragazzino mi tocca un braccio come a chiedermi tempo. Si para davanti al gruppo di giapponesi rumorosi con il suo grande cappello piumato. Un piccolo fungo atomico si direbbe. Mai sentita la sua voce, tanto meno parlar giapponese. I giapponesi ci rimangono male. C’è anche chi si abbottona la camicia, sentendosi a disagio. Chi soffoca una risata e rimane con l’espressione a metà. Chissà che gli avrà detto.
Ci avviamo sul viale ciottolato un po incerti sotto le macchie d’ombra delle foglie davanti ai lampioni. Salutiamo come al solito, il vecchio sordo che beve brandy al tavolo fuori dal bar all’angolo della calle. Il Marcantonio si intravede ancora prima di girare l’angolo. Stessa posizione ma non colgo l’azione. Il Barbera.